In viaggio con Interstellar – 10 anni (luce) dopo

Premessa
Non sono un cinefilo incallito, né un devoto del culto Nolaniano — d’altronde la venerazione non è nelle mie corde. Mi considero piuttosto un esteta, uno che si approccia ai film come fossero quadri animati — e poi si perde a riflettere sulle pennellate, anche quando basterebbe godersi la cornice. In questa veste di spettatore critico — e un po’ filosofo della domenica, lo ammetto — ho finalmente affrontato Interstellar.
L’ho fatto con dieci anni di ritardo. Perché quando tutti dicono “è imperdibile, lo devi vedere!”, io diffido. E prendo tempo. Dopo cotanta stoica resistenza, ho deciso di dargli una possibilità: a notte fonda, in totale solitudine, la mia astro-poltrona ha decollato per un volo galattico di tre ore. Il rientro? Non è andato come previsto. Houston, ci sono stati dei problemi… E io mi ritrovo a chiedermi se la meraviglia fosse là fuori, tra le stelle, o piuttosto dentro le mie aspettative.

Trama spaziale… O no?
Con un budget che sfiora i 165 milioni di dollari, Interstellar dovrebbe invadere la retina, far sussultare il cuore e risvegliare la coscienza; con tutto l’hype che lo ha preceduto e seguito, ci si aspetterebbe una narrazione fuori scala, capace di ridefinire l’immaginario della fantascienza.
E invece, sotto il peso degli effetti speciali, la trama fatica a prendere quota. Una Terra morente, esopianeti improbabili, predestinazioni cosmiche e l’umanità che si lancia nel wormhole: nulla di così nuovo sotto gli anelli di Saturno. Perfino le dinamiche relazionali, intrecciate al destino dell’intera civiltà, finiscono per sembrare prevedibili, e i dialoghi suonano fin troppo familiari.
Si ha l’impressione che Nolan ripeta i suoi tic registici, convinto che la spettacolarità visiva possa bastare a giustificare tutto. Da ragazzi ingurgitavamo qualsiasi ingenuità, purché ben confezionata; oggi il pubblico è più critico, informato e diffidente. Ignorare questo cambiamento significa rischiare di offrire una parabola tra le stelle che, alla fine, riporta tutti con i piedi per terra.
Attori: un solista, tante comparse e i soliti cliché
Matthew McConaughey è il vero motore emotivo del film: intenso, vulnerabile, persino doloroso. È lui a farci credere nella missione, a soffrire per la figlia e a portare sulle spalle il peso dell’umanità. Senza di lui, Interstellar collasserebbe come una stella morente.

Il resto del cast galleggia in orbite ben più periferiche. Anne Hathaway recita come se stesse leggendo le istruzioni per montare un mobile IKEA (chiave a brugola emotiva inclusa). Michael Caine declama frasi solenni come un professore stanco di ripetere la stessa lezione. Matt Damon appare giusto per il “colpo di scena”, con prevedibilità tale che quasi ti aspetti di trovarne la foto già nei titoli di testa alla voce “un antagonista ci deve pur essere!”.
Gli altri personaggi — la figlia prodigio, il figlio problematico, il nonno burbero e i compagni puramente figurativi — confermano che Hollywood fatica a staccarsi dalle rappresentazioni caricaturali dei rapporti sociali e familiari. Una macchina funzionale a un certo tipo di retorica propagandistica che, francamente, ha stufato.
Molto sentimentalismo, poche emozioni
Il cuore della vicenda — il legame padre-figlia — pretende di essere universale, ma finisce per sembrare un esercizio retorico. Addii strazianti, battute melense, lacrime nello spazio, onde emotive che si confondono con quelle gravitazionali: tutto molto intenso, ma già visto.
Contact, vent’anni prima, aveva affrontato la stessa tematica con maggiore delicatezza, senza ripetere mille volte “l’amore trascende il tempo e lo spazio”. Qui sembra più un mantra new age per giustificare i numerosi buchi narrativi. “L’amor che move il sole e l’altre stelle” è uno dei temi più inflazionati della storia; spiace dirlo, ma altri lo han trattato con ben altra caratura ed empatia.
Bug, contraddizioni e spiegoni

Chi difende Interstellar cita spesso la consulenza di Kip Thorne, premio Nobel per la fisica, per sottolinearne l’accuratezza scientifica. E in effetti, alcune sequenze sono un piacere per chi ama vedere la scienza trasposta in immagini. Il problema è che la sceneggiatura non regge. Ogni volta che il film sfiora un concetto complesso, lo semplifica fino a renderlo contraddittorio o lo abbandona non appena diventa scomodo.
Il paradosso temporale con la figlia adulta, i salti intergalattici, il quinto atto nella libreria dimensionale: tutto sembra un patchwork di idee affascinanti ma assemblate senza la pazienza necessaria. Un po’ come le mie interrogazioni di matematica alla lavagna: da lontano parevano geniali, ma da vicino mancavano metà dei passaggi…
E i dialoghi? Ridotti a spiegoni interminabili, servono più allo spettatore che ai personaggi, persino quando fior di astronauti inviati a salvare il mondo si fanno spiegare il funzionamento di un buco nero con un disegnino, proprio mentre stanno per entrarci dentro…
Estetica e musiche: incantano, ma non ingannano
Eppure, Interstellar resta sublime da guardare e ascoltare, specialmente in home theater con grande schermo e audio surround. La fotografia di Hoyte van Hoytema è un trionfo: la polvere della Terra, l’oceano planetario con onde ciclopiche, un Saturno che ipnotizza, i buchi neri iperrealistici… Ogni scena sembra progettata per essere stampata e appesa in salotto (magari accanto al poster di 2001 per sentirsi colti).
L’organo che accompagna l’epopea tra le stelle ha un respiro mistico e in certi momenti solleva il film oltre i suoi difetti. Ma quando la musica tace, riaffiorano i limiti della storia, come crepe in una stazione spaziale danneggiata da uno scienziato troppo maldestro (sì, ogni riferimento al Dottor Mann è voluto).

In conclusione
Interstellar, che narra di paradossi, è esso stesso un ossimoro: barocco negli intenti e ricercato nei dettagli, ma frugale nella scrittura e superficiale nelle emozioni. McConaughey salva il salvabile, Zimmer e Hoytema firmano un comparto estetico indimenticabile, mentre il resto rimane un catalogo di ambizioni incompiute. La navicella del film orbita vicinissima ai gusti del mainstream, ma non raggiunge il sentimentalismo di Armageddon, la poesia di Contact o l’iconicità di 2001.
La pellicola ha il pregio di introdurre nozioni e teorie al grande pubblico, altrimenti di difficile digestione, ma chi vuole davvero approfondire lo farà altrove, dove l’offerta divulgativa è più chiara e rigorosa.
Alla fine, il viaggio lascia la bocca aperta, il cuore sospeso e l’amara sensazione di aver solcato l’infinito… solo per scoprire che l’universo è un colossale déjà-vu.
“Speravo fosse un capolavoro, e invece era un (astro-)calesse”.
(Immagine di copertina: rappresentazione fantasiosa del cosmo, realizzata con l’IA)



