Il peccato originale di Confessions II (e perché non promette nulla di buono)

Sette anni. Nel frenetico mercato del pop, dove un’assenza di pochi mesi può relegare chiunque all’oblio, sette anni di silenzio sono un’eternità. Dalla pubblicazione di Madame X nel 2019, Madonna non aveva mai fatto attendere così tanto il suo pubblico — superando persino i già ampi intervalli che separavano Hard Candy da MDNA o Rebel Heart da Madame X. Le aspettative, manco a dirlo, sono alle stelle. Il motivo? L’annuncio dell’arrivo di un nuovo album di inediti e il ritorno in studio con Stuart Price, l’uomo che vent’anni fa cucì su misura per lei il suo ultimo, vero capolavoro: Confessions on a Dance Floor. I teaser di “I feel so free” circolano freneticamente, i fan sono in uno stato di estasi messianica, l’hype è bollente.

Ma io non mi scotto.
Io, che annuso il pop con il mio naso ipercritico, sento puzza di bruciato. Perché quando si parla di Madonna, la “Regina” per antonomasia, il rischio di confondere il valore del brand con quello dell’opera è sempre dietro l’angolo.
Aggiornamento del 19/04/2026: la versione completa di “I’m so free” è stata rilasciata ufficialmente.
“Nothing takes the past away like the future” … o no? Il ritorno a casa
Madonna ha finalmente archiviato la parentesi con Interscope per tornare alla Warner, la “casa” dove tutto ebbe inizio nel 1982. “Life is a circle”, dopotutto. Una lunga parentesi in cui l’artista ha cercato di restare rilevante appoggiandosi agli astri nascenti del pop mondiale: da Maluma a Dua Lipa, passando per un numero imprecisato di featuring con rapper e trapper di tendenza. Tentativi spesso confusi e frammentari, dove il suono si è fatto generico nell’intento di inseguire l’EDM da classifica o le sonorità latin-trap.
Il richiamo della “vecchia dimora” suona come la ricerca di un perimetro protetto: è come se la Ciccone, stanca di errare in territori che non riesce più a colonizzare, cercasse rifugio tra le mura che hanno custodito i suoi anni d’oro. Ma tornare a vivere nella cameretta della propria adolescenza raramente aiuta a diventare adulti.
L’ombra di un capolavoro (e la prova del tempo)

Il confronto con il 2005 è tanto spietato quanto inevitabile. Confessions — quello vero — è un album perfetto: un precisissimo ingranaggio dance-pop capace di vendere oltre 10 milioni di copie, trainato dall’eterna “Hung Up” (prima in cinquanta paesi, tuttora il suo singolo più venduto) e seguito da un tour mondiale incredibile. Un instant-classic, eppure “nuovo” nella sua capacità di rielaborare la disco anni ’70. Di solito, quando si tocca qualcosa che non è perfettibile, il rischio è uno solo: fare danni.
Poi c’è lo spettro dell’estetica. Nel 2006, quelle pose disco-sadomaso erano una dichiarazione di guerra alla fragilità: una donna con i postumi di un incidente e qualche osso rotto che danzava su tacchi a spillo, dominando palchi glitterati da milioni di dollari.

Era il trionfo della volontà, un manifesto di resilienza. Oggi, riproporre quella stessa tavolozza cromatica e quei corpi di ballo in calzamaglia sa quasi di fan art di lusso. Non è (solo) una questione anagrafica, è una questione di contesto: la Madonna del 2005 creava l’immaginario. Quella del 2026 sembra noleggiarlo da un archivio. Le immagini diffuse finora emulano quelle atmosfere, ma il risultato è forzato. Sbiadito. Senz’anima. Quasi parodistico.
“Never look back, it’s a waste of time”, cantava un tempo
Il cuore del mio scetticismo risiede nella natura stessa del mito-Madonna. Parliamo di un’artista che ha costruito un impero sul concetto di “mai ripetersi”. Dalla sposa trasgressiva di “Like a Virgin” alla geisha techno di “Nothing Really Matters”, la sua cifra è sempre stata la metamorfosi, con uno sguardo sempre rivolto al domani. Tornare oggi da Stuart Price per creare un Confessions II è un atto di restaurazione che scivola nel rinnegamento di trent’anni di carriera.

A essere sinceri, non è la prima volta che M lancia un’operazione revival, assoldando per l’occasione alcuni dei suoi vecchi generali. Nel 2012, per MDNA, richiamò William Orbit sperando di replicare il miracolo di Ray of Light; nel 2019, con Madame X, tornò da Mirwais, il genio francese di Music e American Life. In entrambi i casi, la magia non si ripeté. È il paradosso dell’alchimista: puoi usare gli stessi ingredienti, ma se il fuoco sacro è fioco otterrai solo bigiotteria.
Il dato di fatto è che, dal 2008 in poi, la sua stella ha iniziato a perdere magnetismo, scivolando in una ricerca affannosa del trend che ha spesso appannato la sua capacità di dettare l’agenda. Era l’epoca di Hard Candy, l’ultimo album realizzato con Warner: un caleidoscopio di contemporary R&B con (vaghe) riminiscenze funk e soul, perfetto per le discografie di Timberlake e Timbaland – coloro che l’hanno scritto e prodotto – ma poco adatto alle corde della Queen. L’apripista si stava trasformando in follower.
Le più recenti uscite hanno dato preoccupanti segnali di una deriva retrospettiva: lo smembramento di “Frozen” in infiniti remix dai toni cupi per strizzare l’occhio alla generazione dei Social; la versione iper-sessualizzata di “Hung Up” con Tokischa; e la nostalgica Veronica Electronica, che rispolvera vecchi frammenti di un passato che non avrebbe dovuto essere (ri)toccato.
Il paradosso della “Nuova Persona”
Ascoltando i brevi snippet della nuova “I’m so free” la sensazione è di un clamoroso déjà senti. Ci avverto echi di “Future Lovers”, riflessi di “Ciao Bella” e i battiti di “I Don’t Search I Find”. È un collage di autocitazioni che sembra assemblato da un’intelligenza artificiale impostata su “Madonna-Vintage Mode”.
Ci ricorda che “solo sul dancefloor si sente libera” (ma ce l’aveva già detto tale-quale in “Into The Groove” nel 1985); sussurra di quanto ami creare continuamente “a new persona, a different identity”, e qui il critico in me sorride amaramente, perché questo era esattamente il manifesto identitario di Madame X:
«Madame X is a secret agent. Traveling around the world. Changing identities. Fighting for freedom. Bringing light to dark places. She is a dancer. A professor. A head of state. A housekeeper. An equestrian. A prisoner. A student. A mother. A child. A teacher. A nun. A singer. A saint. A whore. The spy in the house of love. I’m Madame X.»
Ma le nuove identità non si plasmano restando nella zona di comfort, e le vere avanguardie non preannunciano il cambiamento: lo attuano.
Una “nota” particolarmente dolente
E poi c’è la voce. O meglio, la sua parvenza. Da “Bitch I’m Madonna” alla recente (e scialba) cover della “Bambola”, l’Auto-Tune non è più un effetto creativo ma un lenzuolo funebre steso su una delle timbriche più riconoscibili del pop. Sotto quella corazza di grillz e filtri digitali, c’è una cantante che nel decennio ’95-’05 — quello della disciplina vocale imposta da Evita — sapeva domare le note con l’abilità di un circense.

Confido che Price, da vero artigiano del suono, l’abbia convinta a spegnere il processore e farci riscoprire finalmente i veri colori e la ricchezza interpretativa della sua voce. Ma i primi sussurri di “I’m so free” non fanno ben sperare: ho l’amara sensazione che, anche a sto giro, dovremo attendere il prossimo. Se mai ci sarà.
Eredità o Cash-out?
Ripetersi non è un vezzo artistico, è una scelta di posizionamento nello showbiz. Fare leva sul gusto della fanbase storica garantisce tour sold-out e incassi sicuri, ma a quale prezzo per la creatività?
A quasi settant’anni, la vera sfida non è dimostrare di saper ancora produrre un disco dance, ma capire quale eredità artistica lasciare ai posteri. Madonna deve decidere se essere ricordata come la pioniera che ha sfidato limiti e convenzioni o come la manager che gestisce un fondo pensione milionario: il suo.
A questo punto, preferirei un altro scandalo, un altro flop come American Life, ma visionario. Sbagliare da innovatori è ancora arte, ammesso che nello schizofrenico e indecifrabile mondo di oggi questa parola abbia ancora un senso.
Come sempre, da esteta e musicofilo, sono pronto a ricredermi. Spero che l’album intero mi colpisca e stupisca per qualità, ricerca e solidità. Ma, per ora, queste “confessioni” suonano come recitate a memoria dinanzi a un parroco troppo distratto. E nel pop, la noia è l’unico peccato che non può essere espiato.
(Immagine di copertina: una corona su un sintetizzatore vintage e una strobo, creata con l’IA)




